Ai tempi di Manolete

2
925
ph Aurelio Grasa

A sett’antanni dalla morte di Manolete, pubblichiamo questo brano di Stenio Solinas. Tratto da L’onda del tempo, del 2001, racconta ancora esemplarmente la “novità” del Juli rispetto ai tempi di Manolete. Ringraziamo l’autore e la casa editrice.

Anche El Juli, il giovanissimo torero per cui la Spagna delira, è la normalità: biondino, volto paffuto da bambino, un fisico ancora in formazione è il ritratto della nuova generazione, omologata dal vedere gli stessi film, mangiare gli stessi cibi, vestirsi con le stesse griffe, frequentare le stesse palestre. È il nuovo prodotto medio di inizio secolo, simile ai suoi coetanei inglesi o italiani, francesi o tedeschi. Però pratica un’arte che è solo e unicamente spagnola, e dove per di più puoi lasciarci la pelle. È totalmente un figlio del suo tempo, ma per farsi strada ha scelto quanto di più barbarico e antimoderno possa esserci. Come riesce a conciliare gli opposti?

El Juli fa tutto da solo: piazza le banderillas al posto dei banderilleros, si avvolge nel capote come fosse un abito, si fa inseguire dall’animale, gli si inginocchia davanti e con la muleta se lo fa girare intorno. Sedicenne, al primo toro a Pamplona è volato in aria, un corno infilato nella coscia, l’arena ammutolita. Il ragazzino si è rialzato come se niente fosse e, sanguinante, lo ha matato. Poi è andato a farsi medicare. Spettatori impazziti, entrambe le orecchie e l’uscita dalla Porta del Principe come premio.

El Juli è la commedia, laddove il grande Manolete della Spagna postbellica era la tragedia. Oppure El Juli è il Barocco, laddove Manolete era il Gotico. Non sono giudizi critici, sono esemplificazioni per cercare di capire. Manolete era tragico, gotico, anche nell’aspetto: orecchie a sventola, un naso adunco, braccia smisurate, spalle strette da tisico, occhiali da sole nerinei momenti di riposo. Avrebbe potuto essere un modello per El Greco, lungo, solenne, funereo. Mancino, la mano piu` difficile per un torero, riceveva gli applausi senza sorridere, come fossero un atto di rispetto. Le foto d’epoca lo immortalano così, un modo di toreare verticale, l’altezza e la verticalità delle grandi cattedrali, la compostezza assoluta, l’idea di stare eseguendo una sacra rappresentazione, la comunione della vita e della morte. L’aver calcato l’arena negli anni della guerra ne circoscrisse la fama, e al tempo stesso la innalzò. Un Paese appena uscito da una carneficina intestina cercò in quella figura l’unità che ricomponesse il passato e cementasse il presente, testimonianza di una unicità e della volontà di sopravvivere nonostante tutto, contrariamente a tutto. La Spagna rossa e nera, olio d’oliva e occhi lucidi, visi scarni e ventri piatti, vino tinto e coltelli affilati, paesaggi desolati e patii lussureggianti, memoria e tristezza della memoria. Solo due Paesi hanno dato al mondo delle tipologie umane esemplari, l’Inghilterra con il gentleman e la Spagna col caballero: Manolete era un caballero.

El Juli è il nuovo che avanza, la postmodernità che ha già trionfato. Ha un sito web, un ufficio stampa, una ditta di merchandising. È la società dello spettacolo applicata alla corrida, laddove Manolete era la celebrazione di un rito pagano per la mano di un sacerdote cristiano. Complice anche l’età, ha diciotto anni, ha debuttato che ne aveva sedici (solo Joselito El Gallo fu così precoce, quasi un secolo fa), torea come fosse un divertimento. In lui c’è solo la dimensione ludica, una specie di senso di immortalità che trasforma il rischio in elemento accessorio, una voglia di spartire con il pubblico non una cerimonia, ma una festa, un fargli credere che è tutto facile, è tutto possibile, non c’è pericolo e la vita ti sorride.

Gli spettatori rimangono incantati e sono facilitati da un’esibizione di cui colgono gli elementi drammatici soltanto a tratti, come fossero su un otto volante, quel tanto che basta per rassicurarli che comunque non succederà niente e alla fine il loro eroe usciraà vittorioso. Gli appassionati non lo amano, perché se alla corrida togli la verità che ne è alla base, ovvero che vita e morte si fronteggiano, la paura e l’emozione che ciò comporta, il giocare secondo le regole e non a proprio piacimento, rimane solo un involucro vuoto e un po’ perverso. Da questo punto di vista, El Juli è l’erede alla rovescia del Cordobés, uno che faceva sembrare difficili le cose facili, esagerava il rischio, s’inventava nuovi passi, irrideva il toro al punto di cavalcarlo. Allora eccessi e volgarità erano lo specchio di un Bel-Ami dell’arena, un arrampicatore sociale, fiero del suo talento, carico di rabbia e di voglia di riuscire, e di una società che timidamente si scuoteva dall’apatia del franchismo e si apriva al desarrollo economico e sociale. Adesso non c’è nessuna barriera di classe da abbattere, nessun’ansia di riscatto da soddisfare, e la Spagna marcia come un treno sui binari del successo e del mercato. El Juli, così non ha bisogno di fare del « tremendismo » alla Cordobés: non vuole impaurire, vuole dividere con il pubblico il piacere che prova, trasmettergli un senso di naturalezza. « Posso far tutto, perche ́ tanto, state tranquilli, non mi puo` succedere niente», è il messaggio che emana dalla sua esibizione. È l’ottimismo applicato alla corrida e riflette un po’ lo stato d’animo della Spagna di oggi. Gli spagnoli gli vanno dietro non tanto e non solo perché è bravo, ma perché si riconoscono in lui, in quel modo di toreare colgono il momento felice di un popolo che ha chiuso definitivamente il proprio dopoguerra e si avvia a recitare un ruolo da protagonista. È anche, se volete, la corrida «politicamente corretta», una contraddizione in termini, va da sé, il massimo del compromesso possibile. La società contemporanea fugge la morte, così come il dolore, esorcizza la prima, moltiplica le terapie contro il secondo. Ai suoi fan, El Juli nasconde l’una e l’altro, fosse per lui non si farebbe male nessuno. È anche per questo che il suo lato debole è la stoccata finale. È la Spagna eterna che si fa sentire e lo tira per il traje da torero. Riluttante, deve ancora darle retta. Fino a quando?

A Cordoba, nel cimitero de la Salud, la tomba di Manolete in marmo bianco, risplende al tramonto. Morì all’alba del 29 agosto 1949: «Un toro de Miura ha matado a Manolete» urlavano gli strilloni per le strade. Aveva trent’anni e non era mai stato giovane. El Juli ne ha diciotto e sembra un ragazzino. Anche questo è la Spagna che cambia.

(dal capitolo Pamplona, in L’onda del tempo, Ponte alle Grazie 2001)

2 COMMENTI

  1. Nel lontano 2001, era un giovane talentuoso che non sapeva uccidere bene. 16 anni dopo è diventato uno che ha rovinato tutta una generazione di toreri che vogliono per toreare alla Juli…

SCRIVI UN COMMENTO