Con Sacra Illusione, uno straordinario lavoro che gira intorno all’arte tauromachia e all’arte in generale, un altro artista italiano si è confrontato recentemente con la prova dell’arte taurina. Un caso molto singolare, quello di Tarik Berber, quarantacinquenne fiorentino di origine bosniaca che da molti anni si è distinto per l’eclettismo della sua ricerca, focalizzata tra disegno pittura e incisione. Vive a Milano dove lavora con la Galleria SaIamon. Il grande pubblico lo conosce per le sue animazioni disegnate a mano, come quella per Marracash “DUBBI”(Universal) o l’ultima per Aleksandar Hemon “LINT” (Princeton University, US). Numerose le personali in musei nazionali e internazionali.
Ci racconti di queste incisioni taurine. È un libro. Una serie di storie.
Tutto è iniziato quando mi è stato chiesto di elaborare un progetto sul toro. Il mio primo impulso è stato quello di volgere lo sguardo alla Grecia antica, alla Spagna, a Calasso e soprattutto a Matteo Nucci, con il suo libro Il toro non sbaglia mai, che mi ha offerto una prima chiave di accesso a questo universo. Da lì si è aperto un percorso: la scoperta della bellezza della corrida, non solo come spettacolo, ma come espressione culturale profonda, radicata nella tradizione spagnola e mediterranea, che affonda le sue origini nell’antichità, fino alla Grecia.
Quindi mi sono immerso nella ricerca sulla rappresentazione della lotta fra uomo e toro: dalla Tauromachia ai Tori di Bordeaux di Goya, fino ad altri lavori sul tema, compresi i disegni e le opere di Picasso. Da questo percorso è nata, quasi organicamente, l’idea di creare un libro di incisioni, affrontando un tema così antico e già profondamente radicato nella nostra cultura.

Per realizzarlo mi sono appoggiato alla Stamperia d’Arte Albicocco, lavorando a stretto contatto con Corrado e Gianluca Albicocco, a Udine. Insieme abbiamo creato una trentina di lastre; alla fine il lavoro si è concentrato su poco più di una ventina di incisioni. È stato un processo lungo, durato quasi un anno, durante il quale abbiamo sviluppato ogni fase del progetto fino alla stampa finale del libro.
Una volta concluse le incisioni, ho contattato Nucci e gli ho mostrato le lastre: a quel punto è intervenuto con i suoi testi, portando a compimento il lavoro. Ogni incisione è accompagnata da un breve testo, che la racconta. E se ciascuna lastra possiede una propria storia autonoma, nell’insieme queste micro-narrazioni si intrecciano, costruendo un senso più ampio e unitario, dando al libro una sua identità compatta.
Il toro: come è arrivato alla sua rappresentazione?
Il toro, appunto, non sbaglia mai. Siamo noi uomini a sbagliare. In questo senso, il toro diventa anche una forma di utopia: un’utopia Anarchica, antica, l’idea del “Pasticcere Trotzkista” di Moretti, qualcosa che ci precede e che continuerà a esistere dopo di noi. Rappresentarlo era quindi fondamentale.
Il libro, infatti, si intitola Sacra Illusione. È un’espressione che nasce da un momento preciso della tauromachia: quando gli aficionados più anziani riconoscono in un giovane torero la classe, lo stile, qualcosa di innato. Intuiscono che in lui esiste già una forza, una qualità che non si può costruire, ma solo riconoscere. Per me questa è diventata una metafora del talento dell’Artista, del Pittore. È per questo che il libro si chiama Sacra Illusione: perché questa qualità viene percepita, quasi rivelata, e poi inseguita. Dal giovane torero, ma anche dal giovane pittore. Il toro diventa così il simbolo di questa utopia che si cerca per tutta la vita.
A questo si è aggiunto un episodio personale. Durante un viaggio a Roma, ai Musei Vaticani, ho visto una scultura bronzea di un toro, quasi distrutta, senza indicazioni precise sulla sua origine, epoca o altro. In quel momento ho capito di avere davanti un simbolo universale, senza tempo, che attraversa le epoche e si ricompone continuamente nei diversi strati della storia. Lì ho sentito che potevo appoggiarmi a questa immagine, affiancarmi a questa tradizione, per raccontare anche qualcosa di mio.

Quanto l’hanno influenzata i grandi creatori di acqueforti taurine come Goya e Picasso?
Ho costruito la struttura interna del libro — la sua geografia, la sua forza, la sua stessa geometria — prendendo come riferimento la Tauromachia di Goya. Un’opera che non solo racconta una storia, ma che rappresenta anche uno dei primi esempi di utilizzo consapevole dell’incisione come mezzo di diffusione: attraverso tecniche come l’acquaforte e la punta secca, l’immagine poteva essere moltiplicata e raggiungere un pubblico più ampio. Picasso, invece, si innesta su questo solco, assorbe quell’eredità e la trasforma radicalmente. Se Goya costruisce un racconto, Picasso fa esplodere quel racconto, lo frammenta, lo rielabora secondo la sua velocità e la sua libertà. Entrambi sono stati fondamentali: ho basato il mio lavoro sulla loro lezione, pur prendendomi naturalmente delle libertà, cercando di trovare una mia voce all’interno di una tradizione così forte e stratificata.
Che cosa cerca nel toro?
Cerco la verità. Una fuga dalla menzogna. Cerco la bellezza del rito — un rito che nella società contemporanea si è progressivamente perso. È attraverso la ritualità che si arriva a una forma di verità.
La verità del rito è bene che porti al “Rito della Verità”! cioè all’Arte! Il rito è anche la verità della morte, una delle esperienze più potenti e decisive nella vita di chiunque. Ci sono tante morti che si temono, come dice Matteo Nucci: “È la morte di chi fugge, di chi non accetta la sfida, di chi rimanda; la morte di chi mente a se stesso e pensa di non aver mai davvero perso; la morte di chi non accetta la sconfitta e dunque non è capace di ricominciare. Ho visto molti toreri temere la morte, ma nulla è come la paura del fallimento. Nessuna morte è peggiore di quella di un torero menzognero.”
Il torero è assente dal suo orizzonte?
Il torero è l’artista. Dal titolo del libro, Sacra Illusione, si intuisce già questa connessione: la sacra illusione rappresenta il talento, quell’intuizione innata che l’artista utilizza per filtrare il mondo.
È il giovane torero con la sacra illusione, il talento che filtra riti, miti e simboli. E così come il torero e l’artista non sono due figure separate, anche il torero e il toro non sono due entità distinte: sono due facce della stessa medaglia, un’unica forza creativa, il femminile e il maschile che si incontrano, per arrivare a percepire un filo di verità davanti ai nostri occhi.

Giovanni Porzio l’ha citata fra i maestri. I suoi maestri chi sono?
Nella mia vita, i maestri sono sempre stati diversi, a seconda dei periodi, ma ho sempre poggiato su grandi fondamenta, che per me sono state essenziali.
Le prime fondamenta sono state Albrecht Dürer: il disegno e l’incisione di Dürer sono state decisive. Poi, mi sono appoggiato spesso a Rembrandt, Vermeer, Giacometti e Matisse.
Negli ultimi tempi sto studiando molto anche Pontormo e Bronzino, che trovo elegantissimi.
A cosa si sta dedicando?
Negli ultimi due o tre mesi sono tornato a dipingere, dopo aver lavorato sul libro “Sacra Illusione” e sull’animazione “Lint” dello scrittore americano Alexander Hemon per la Princeton University, mi sto concentrando su nuovi progetti di pittura. Per quest’anno ho in programma un paio di mostre, tra cui una a Sarajevo, una a Belgrado e, spero, una in Italia, a Milano nella seconda parte di quest’anno. I temi di queste opere non sono taurini, ma cerco sempre di lavorare su ciò che riguarda la verità, quella stessa ricerca che ha guidato tutto il mio percorso.




























