Fra gli artisti che inseguono il cuore imprendibile della tauromachia non mancano gli italiani. Il romano Giovanni Battista Porzio, negli ultimi anni, si è distinto per una ricerca costante, coronata da incisioni in cui gli aficionados sentono immediatamente pulsare lo spirito di Goya e Picasso con le loro celeberrime serie di Tauromachia. Abbiamo visto in mostra uno dei suoi ultimi lavori. E ne abbiamo parlato con lui.
Ci racconti questa sua ultima opera taurina.
E’ una scena di tori selvaggi nelle campagne andaluse. Ho ritratto il momento in cui gli animali camminano nella luce lunare. È la Luna con la maiuscola di García Lorca? Certo è appena sorta, rischiara i campi e definisce i contorni degli animali. Mi interessava la potenza di questa immagine dal grande valore plastico e chiaroscurale.
Oltre a García Lorca, lei ha parlato di Belmonte.
È vero. Mi ha ispirato in particolare il racconto contenuto nella biografia di Belmonte appena pubblicata in italiano. In Juan Belmonte Matador di Tori di Manuel Chaves Nogales, si descrivono le gesta epiche del torero che, ragazzino, si avventurava con una combriccola di amici sivigliani nei campi aperti e, alla luce della luna, si metteva sulle tracce di tori selvaggi per separarli dal branco e torearli nudo e senza protezioni a parte una giacchetta usata come muleta. Sono pagine intense e suggestive che hanno avuto su di me un forte impatto visivo. La potenza della luna capace di illuminare la campagne e la bellezza degli animali che la popolano… mentre leggevo, vedevo perfettamente rappresentata l’immagine che poi ho cercato di riprodurre sulla carta enfatizzando sagome, luce e ombra.
L’acquaforte è la tecnica a cui si dedica da anni. La stessa di Goya e Picasso. Particolarmente adatta al tema?
Alla grafica d’Arte mi dedico da tempo. L’Acquaforte è una delle tecniche di questa disciplina ma ce ne sono altre: la punta secca, per esempio, e la Xilografia, ossia il caso di quest’opera. Ognuna di queste tecniche consente risultati diversi, ma tutte producono matrici incise che poi vengono inchiostrate e stampate su carta attraverso la pressione esercitata da un torchio calcografico. Goya è stato una delle vette più alte dell’arte calcografica e con le sue celebri tauromachie magistralmente incise, queste sì ad acquaforte, ha mostrato un nuovo linguaggio grafico dove il centro dell’opera è il chiaroscuro. Qui la tecnica diventa decisiva nel rappresentare con efficacia i contrasti tra luce e ombra che rendono la scena plastica e viva. Le acqueforti di Goya scandiscono attraverso la rappresentazione delle ombre (per lui forse più importanti della luce) un racconto dettagliato e molto emotivo delle scene di corrida in cui si percepiscono la tragedia, l’esaltazione e l’epica di quei momenti nell’arena quando uomini e animali si fondono in una danza artistica. Questo per me sancisce la maggiore efficacia delle tecniche incisorie, persino rispetto alla pittura tradizionale, nel raccontare la complessità dell’arte taurina, la plasticità della luce che si avvicina quasi a un’immagine “fotografica” distante da una certa retorica che a volte può contenere un quadro a olio. Del resto anche Picasso nel Novecento, come dicevate, fa un uso magistrale della Calcografia, in particolare dell’Acquaforte, per rappresentare la lotta tra toro e uomo, penso alla “Minotauromachia” del 1935 conservata al M.O.M.A. di New York.
Chi sono i suoi maestri?
Sono molti gli artisti che ammiro e con cui mi sento in debito: sicuramente i grandi Maestri incisori italiani del Settecento che hanno portato l’acquaforte e in particolare la rappresentazione delle rovine di Roma a un livello sublime, primo su tutti Piranesi ma anche Rossini, Vasi e Nolli. In epoche più recenti oltre a Goya e Picasso, mi vengono in mente Luigi Bartolini, Guido Strazza e due pittori che ho conosciuto recentemente ma che reputo dei Maestri e che molto mi hanno ispirato: Tarik Berber, artista bosniaco dal talento straordinario e autore di una eccezionale cartella di incisioni dedicata ai tori e Osvaldo Leite grande ritrattista uruguayano, pittore sopraffino che si incanala nella più nobile tradizione del ritratto psicologico di Velázquez e Goya con esiti sorprendenti e unici.
Molte sue opere raccontano la Roma antica. C’è una relazione con il tema taurino?
Mi ha sempre stimolato l’indagine e la rappresentazione delle rovine di Roma antica, un po’ perché da romano le considero parte del mio patrimonio visuale e poi perché contengono un enigma che mi ha sempre turbato e attratto: l’incompiutezza geometrica delle rovine e il loro rapporto con la luce mi parla della stratificazione delle epoche storiche, delle vite vissute prima delle nostre, oltre che della transitorietà della vita stessa, temi centrali a Roma ma direi anche in tutto il Mediterraneo. Proprio qui vedo una relazione profonda con il tema taurino: nel chiaroscuro grafico che cela alcune cose e ne mostra altre, magari solo abbozzate, costringendoci a indagare, a conoscere per poter meglio rappresentare e comprendere ciò che in apparenza sembra misterioso, incompiuto o addirittura respingente. La morte su tutto.


























