Pentirsi mai

0
64

Pubblichiamo un racconto di Sapo Matteucci, scrittore viareggino, autore di Per futili motivi (La Nave di Teseo), gran libro di famiglia, viaggi, sapori e dolori. Il pezzo che ci regala riguarda una sua antica passione, ormai perduta o superata. L‘afición taurina.

di Sapo Matteucci

Non lo sarò mai. Mai un vegano. Mai un alfiere del bene (facile) o del male. Mai troppo certo. Magari no. Magari si può cambiare, d’accordo, ma pentirsi mai. Ho smesso di mangiare la carne rossa cruda, però nessuna fede, nessun manifesto salutista. Nemmeno il maiale per la verità, ma nessun animalismo. Ogni tanto quando vedo le scimmie in gabbia, un leone mezzo drogato dietro le sbarre (sempre meno, i circhi non ci sono più) provo pietà. Ma allora prima quando restavi incantato davanti agli elefanti? Quando volevi fare il domatore e avresti voluto chiamarti Darix? E i tori, le corride? Appunto. Pentito mai, però la pietà lasciatemela. E poi, soprattutto, la pietà non va spiegata, le lacrime non vanno giustificate. Quando trovate qualcuno che v’insegue, che vuole sapere, che vi chiede perché vi commuovete. Ecco dovreste farlo piangere quello lì.

Quando la portai a Sanlúcar per la Magallanica ero ancora incerto. Aveva insistito, ma per lei era la prima volta e poi Agosto, il caldo, il fiume marrone che pigramente sfocia nel mare. Non è il miglior mese. La grande corrida, però è proprio a Agosto. E soprattutto, si trattava appunto della prima volta. Se non fosse andata bene? Insomma lo shock, la disperazione, il vomito. Quelle cose che alle volte capitano all’ inizio. E poi una come Linda, così eterea, dolce, remissiva. Ci eravamo conosciuti quando già ne parlavo sempre meno di corride. Leggevo ancora qualche recensione, che mi mandava un mio amico spagnolo, ma niente di più. Un tempo guardavo anche i filmati, soprattutto quelli in bianco e nero. Non so perché, era come se vedessi meglio, più chiaramente: i colori mi confondevano un po’. Poi cominciò un certo disagio. Nulla a che vedere col sangue, con la crudeltà, coi “poveri animali”. Cominciò lentamente. Come un rivolo segreto che scorre da qualche parte e ti svegli di colpo in mezzo alla notte, un sussurro dietro le spalle, ma non c’è nessuno. Non un’idea, un argomento. Una sensazione: come se non ne potessi più. Come con le ostriche o certi vini bianchi troppo fruttati. La pietà venne dopo, ma venne.

Quando lo dissi a Francesco, il mio compagno di “ordognismo” (con lui andammo in visita alle ceneri che riposano sotto il toril nella Plaza di Ronda) mi guardò male. Sbottò in una ventata di stupore iroso. Era scandalizzato. Paragonare l’arte alla materia inerte. Sublime, come le ostriche appunto, ma materia. Non capiva come quel paragone fosse possibile. Non lo capivo neanche io eppure sentivo di essere quasi saturo; cominciavo a galleggiare proprio in quelli che mi erano sempre sembrati i luoghi comuni, la paura dell’animale, la tortura delle banderillas, le urla della folla e la morte, il toro in ginocchio, gli occhi del toro. Il delirio, il sudore, la sabbia, gli occhi del toro. Non le aggiungevo queste cose, ma le sentivo. Ero quasi disperato di non provare più lo stesso amore, lo stesso desiderio. Quella bellezza composita e caleidoscopica, mi stava diventando estranea.

E, quasi per un dispettoso squilibrio di vasi comunicanti, più riemergevo dall’antica bellezza, più Linda s’immergeva; più la nausea saliva in me, più Linda mi chiedeva di portarla alla sua prima corrida. Prima di conoscermi non sapeva nemmeno cosa fosse, ma a forza di parlarne, di sfogliare i miei libri, Hemingway, Belmonte, Paquirri alle pareti, di “fare l’amore con me” (così mi disse), la corrida era quasi diventata un’ossessione. O forse fu semplicemente un altro momento della verità, che durò un pezzo della nostra vita.

Non ricordo quando, nell’arena di Sanlúcar, cominciò a trasformarsi. Gli occhi fissi sui picadores, sul toro, sul torero, era diventata un corpo di pietra pallido. Non rispose alle mie domande e alle mie carezze. Sembrava un’anima che avesse ritrovato la sua patria dopo un peregrinare eterno. Ma quando Pepe Moral chiese l’indulto ebbe un fremito. Più del grido mi trafisse lo sguardo di sconcerto e di odio. Uscendo non aprì bocca, teneva la testa bassa e fra noi montava un’immotivata rabbia. Non mangiò, non parlò, dormì sul divano. Il giorno dopo a Cadice parlammo d’altro. Se rivado indietro credo che iniziò allora. Anche se non potevo pensare che un indulto fosse scambiato per uno “scandalo”, quello“scandalo” o forse qualcos’altro cominciava a scavare, fra noi, un crepa.

Lentamente, tornammo alla vita di prima, ma quel fatto era diventato un tabù, come i tori e le corride. Era come se avesse scoperto, in flagrante, il mio tradimento. Anche il suo modo di vestirsi cambiò. Dai suoi misurati post Chanel, dalla Parigi anni Sessanta esaltata nel suo esile scheletro, si passò alle paillettes, ai lamé, che foderavano cosce sempre più poderose, glutei sempre più prosperi. Linda non lavorava, l’eredità paterna l’aveva liberata da quest’obbligo. Studiava, quando le pareva, storia dell’arte. Frequentava le gallerie. Con quanto arrivava dai gestori finanziari, talvolta aiutava qualche giovane artista. La sua giornata non aveva orari. Neanche la mia. Io mettevo a disposizione la casa, lei pensava al resto. Ogni tanto, in mezzo alla settimana, andavamo al mare. Oppure decidevamo di passare una settimana a Palermo, invitati dai suoi amici galleristi che avevano restaurato un famoso palazzo, rendendolo un polo d’attrazione per l’arte contemporanea. Insomma non avevamo né obblighi, né orari. Anche questo cambiò. I giorni, le notti cambiarono. La regolarità s’impossessò della sua vita. La mattina Linda spariva per quasi tre ore, la notte quando la cercavo nel buio si sottraeva al mio abbraccio con una mossa sinuosa. Ero sicuro che avesse qualcun altro, un’altra vita parallela. Rispondeva che no, non era vero e aveva diritto ai suoi piccoli segreti. Il segreto che scoprii era piccolo e, a dir la verità, ne avevo già letto le tracce senza giungere alla conclusione.

Una mattina la seguii, la vidi entrare in una palestra a poche centinaia di metri da casa. Dalla vetrina lungo la strada potevo spiarla mentre sollevava pesi e correva sul tapis roulant. Nulla di strano se non il fatto che la seduta giornaliera durava due ore, contraddicendo la sua proverbiale pigrizia. E anche la sua dolcezza: stava indurendo nel carattere e nel corpo. La scoperta del segreto infittì il mistero. Anche il suo sguardo era cambiato. Da placido divenne acuminato e saettante come se di colpo si interrogasse sui miei pensieri. Una notte non la trovai accanto a me. Era davanti alla finestra grande, al buio in salotto, ferma in una posa che poteva sembrare quella del Tai chi. Non visto, tornai lentamente a letto.

Mi ero ormai rassegnato al cambiamento. Continuavo a volerle bene, a desiderarla e contenevo la mia delusione rispetto a certe sue freddezze notturne, ai muscoli che stavano trasformando il suo corpo gentile in qualcosa di diverso. E poi sentivo che non mi guardava più, ma mi osservava, come se mi prendesse le misure. Per due o tre volte, nel giro di pochi giorni mi chiese quanto pesavo.

Da un po’ di tempo andiamo avanti così, con qualche stranezza e un suo rinnovato interesse nei miei confronti, diverso, però, dall’affetto. Stasera è avvenuto un fatto strano. Eravamo davanti alla televisione a guardare una partita di tennis e quando Musetti col suo rovescio sublime, che ricordava quello di Ken Rosenwall, ha tagliato una palla che si è fermata lentamente dall’altra parte del campo senza quasi rimbalzare, ho detto una cosa, lei si è voltata verso di me, infuriata. “Toro lento, muerte del matador” ho detto. Dai suoi denti stretti è partito un sibilo incomprensibile, dai suoi occhi uno sguardo tagliente come una lama. “È una battuta nel film di Totò Fifa e arena” ho detto. Questa volta, girando lentamente la testa, mi ha fissato con tale rabbia che ho avuto paura. Alla fine Musetti ha vinto con tante palle lente.

Non mi ricordo a che ora ho spento la luce. Lei non c’era. Non ha dovuto accenderla perché la luna illuminava perfettamente la mia schiena. Non ho sentito dolore. L’estoque ha raggiunto il cuore dalla scapola sinistra. Voltandomi, ho fatto in tempo a vedere le mie orecchie volare verso il soffitto.

SCRIVI UN COMMENTO