Cento anni fa, Fiesta!

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Compie un secolo il primo romanzo di Ernest Hemingway. Il libro, acclamatissimo, fu capace di dare nuova vita al toreo fuori dai confini di Spagna, cambiando per sempre la feria di Pamplona. Celebriamo la ricorrenza raccontandone la nascita letteraria. (da Sognava i leoni. L’eroismo fragile di Ernest Hemingway)


La genesi del libro che tutti conosciamo come Fiesta (Hemingway volle infine intitolarlo Il sole sorge ancora pur di sottrarsi all’uso di una parola straniera), è molto nota fra gli appassionati. Si tratta infatti di quello che i tecnici definiscono un “romanzo a chiave”. Basta procurarsi la chiave per eliminare i nomi fittizi che il romanziere ha dato ai suoi protagonisti e sostituirli con i nomi degli esseri umani in carne e ossa da cui ha preso origine la storia. Dietro il romanzo a chiave ci sono dunque vicende effettivamente vissute che il romanziere trasforma a suo modo, generando non solo un’opera che si ripromette di superare spazio e tempo ma anche infiniti pettegolezzi fra chi conosce gli attori e le storie di quello spazio e quel tempo. Motivo del successo però non era certo il pettegolezzo. Era semmai la generazione perduta che Hemingway aveva deciso di raccontare in un vorticoso viaggio da Parigi a Pamplona, fino a Madrid. Una generazione in cui si riconoscevano in molti. Narrata con una malinconica potenza cui nessuno, ancora oggi, potrebbe sottrarsi.

Non ha senso indagare il pettegolezzo che ci svela la chiave con cui i personaggi vennero confezionati. E tuttavia i fatti che ispirarono Fiesta ci aiutano davvero se vogliamo approfondire la portata del romanzo dal punto di vista dello scrittore. Non avrebbe senso sottrarsi. Tutto accadde infatti con la terza spedizione a Pamplona nel luglio del 1925. Hemingway l’aveva progettata assieme all’amico Bill Smith e a essa presero parte, oltre a Hadley, un altro amico di Hemingway che era già stato a Pamplona: Don Stewart; lo scrittore ebreo Harold Loeb e sua moglie Kitty Cannell; nonché Lady Duff Twysden, donna di grande fascino e dai modi eccentrici per il tempo, assieme all’uomo cui si accompagnava, Pat Guthrie, un irlandese vulcanico inseguito da fantasmi lavorativi e sessuali. Prima del viaggio, parecchie cose erano accadute. E molte giravano attorno a Duff che da tempo mostrava di avere un debole per i modi spicci e rudi di Hemingway, ma poiché lui – a quanto pare – resisteva al fascino mascolino e indipendente che stregò poi le lettrici, offrì le proprie grazie a Harold Loeb in una settimana adulterina a St.-Jean-de-Luz. Hemingway non ne era stato felice. Ma non fu solo questa l’ombra che finì per rovinare irrimediabilmente il viaggio. Oltre alle eccessive aspettative (le due settimane previste, fra trote da pescare e tori da ammirare, si presentavano grandiose), molti furono gli imprevisti nonappena la compagnia si mise in movimento. Passato il confine, a Burguete dove il gruppo aveva progettato di fermarsi per alcuni giorni di pesca, i fiumi erano invasi dai detriti lasciati dai taglialegna e pescare fu impossibile. A Pamplona poi molte cose erano cambiate e benché Hemingway cercasse di introdurre gli amici ai riti della festa, molti di loro non si comportarono con l’attenzione e il rispetto necessari. L’alcol fece la sua parte. La tensione fu costante e i litigi scoppiarono violenti. Hemingway maltrattò violentemente Harold Loeb. E non bastarono le gesta di un torero giovanissimo allora all’apice, Cayetano Ordoňez detto Niňo de la Palma. Quando la fiesta finì ognuno prese la propria via e la malinconia ebbe il sopravvento.

Fu allora che il romanzo iniziò a nascere. È il dolore che genera i grandi parti. Hemingway e Hadley arrivarono a Madrid ubriacandosi in treno assieme agli altri passeggeri spagnoli fra cui due preti e quattro poliziotti della guardia civile fu quello il primo vero momento di leggerezza dopo giorni di angoscia. S’installarono nella Pension Aguilar, residenza ormai amatissima da Hemingway, che ancora esiste e che nessuno più rispetta come si dovrebbe visto anche che è l’ambiente descritto in uno dei racconti più riusciti fra quelli che in seguito sarebbero apparsi sul mondo tauromachico: La capitale del mondo. E fu lì, nel piccolo albergo dietro Puerta del Sol, fra strade che allora costituivano il quartiere torero di Madrid, che Hemingway si mise all’opera per il suo primo romanzo. Il libro – pensò allora – si sarebbe intitolato Fiesta. Ciò che scrisse, in quei primi giorni, lo possono leggere oggi gli studiosi, fra i tesori che Hemingway aveva imparato a tagliare. La storia cominciava con Pedro Romero, nome del primo torero moderno secondo le ricostruzioni storiche. Dietro di lui, usando la chiave, si nasconde il torero che ha trionfato a Pamplona: Niňo de la Palma. Sdraiato a letto, mentre un inconsueto freddo scendeva su Madrid, Hemingway scrisse pagine su pagine. La scena di apertura è ambientata, essa stessa, in hotel (il Montoya, ossia, usando la chiave: Quintana): il matador si sta vestendo per la corrida e due americani appassionati di tori vanno a conoscerlo. Sono Jake Barnes, ossia Ernest Hemingway, e William Gorton, ossia Bill Smith e in parte anche Don Stewart. Fuori dall’hotel intanto sta arrivando una donna volitiva pronta a dire a Jake, con la grazia innata che possiede, di comportarsi diversamente da come ha appena fatto. È Lady Brett Ashley. Inutile dire a chi sia ispirata.

(nella foto, da sinistra: Ernest Hemingway, Harlold Loeb, Lady Duff Twysden, Hadley Richardson, Ogden Stewart e Pat Guthrie al Café Iruňa di Pamplona, luglio 1925)

Per una decina di giorni Hemingway scrisse. Poi con Hadley si spostò a Valencia a seguire nuove corride. Qui, lo scrittore, impaziente di dedicarsi anima e corpo al romanzo, decise di cambiare drasticamente l’incipit della storia, aprendola a Parigi e raccontandone subito l’antefatto. Oltre al passato di Jake Barnes, Brett Ashley e Mike Campbell (ossia Pat Guthrie), un posto di primo piano lo prendeva Robert Cohn, amante di Brett Ashley. Iniziava la costruzione di quel personaggio negativo che avrebbe spinto Harold Loeb a giurare vendetta contro Hemingway. Sempre a letto á la Proust, Hemingway continuò a riempire il suo quaderno. E così continuò tornando a Madrid a inizio agosto, fra il matrimoniale della pensione Aguilar e il tavolo di una cervecería dietro l’angolo. Così continuò nell’hotel Suizo di San Sebastián fino a agosto inoltrato. E così continuò a Parigi fino a metà settembre, quando trasformò l’ultima frase in una interrogativa e nei suoi caratteri tondeggianti scrisse sottolineandolo: Fine. Parigi, 21 settembre 1921.

Il libro però era molto lontano dalla forma in cui lo conosciamo. Se la scrittura era stata torrenziale e a tratti aveva esaurito le sue forze, Hemingway sapeva bene che il momento più importante veniva ora. Attese mesi per tornare al manoscritto. Nel frattempo lavorò a frasi di Duff Twysden/Brett Ashley da inserire; lavorò a nuovi racconti; scrisse una cattiva parodia di Sherwood Anderson; vide il volume di In Our Time finalmente in libreria; iniziò a brigare per un cambio di editore; partì per Schruns. E fu in montagna, a fine anno, che riprese in mano il libro, mentre le valanghe impedivano lo sci e una nuova donna, Pauline Pfeiffer, ricca e determinata, entrava prepotentemente nella sua vita e lui tentava di fuggire dai dubbi partendo verso New York. Al ritorno, il lavoro però divenne impellente e necessario. Il libro prese forma. Uno degli ultimi cambiamenti decisivi lo si deve a Fitzgerald che a giugno del 1926 lesse il manoscritto, lo ammirò e consigliò ampi tagli sulle prime pagine. Il passato dei protagonisti scomparve. Rimase soltanto l’accenno a quel che aveva segnato la giovinezza del nemico di Jake Barnes. “Robert Cohn era stato campione dei medi a Princeton. Non dovete credere che questo come titolo sportivo faccia impressione a me, ma Cohn ci teneva moltissimo”. Il resto cadde sotto alla superficie dell’acqua da cui sbucava il piccolo potente iceberg. E il libro fu pronto.

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