Una serie “al di qua” del Toro

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Non senza perplessità, data l’accoglienza fin troppo generosa che ha conosciuto sulla stampa spagnola, mi sono accostato alla visione di La suerte, una serie de casualidades, miniserie distribuita da Disney + anche in Italia (con relativo doppiaggio), composta da soli 6 episodi di 30 minuti ciascuno. Uno dei motivi di curiosità era legato, tematica taurina a parte, alla presenza, tra i nomi degli ideatori, di quel Paco Plaza che il pubblico cinefilo conosce e apprezza per un pugno di pellicole horror (dalla co-regia del capolavoro REC e seguiti, ai più recenti Veronica e La abuela). 

Come si potrà intuire, il titolo gioca evidentemente sul doppio, forse plurimo, significato della parola suerte: è il caso, la coincidenza (come nel sottotitolo italiano), ciò che permette alla vita d’imboccare l’una o l’altra strada senza che si possa prevederlo, in quanto motore della vicenda; ma è anche, in senso più strettamente taurino, la fortuna di cui si ha bisogno dell’arena, quella forza magica e dalle permutazioni impercettibili che arriva a sfociare nella superstizione, e che costituisce un altro polo narrativo; nonché ovviamente il termine più usato per definire i passaggi che il torero compie nell’arena. Il racconto, opera di Pablo Guerrero e del già nominato Paco Plaza, si sviluppa nei toni di una commedia, dunque non senza elementi di equivoco o di imprevisto, depurata però di ogni meccanicismo e di ogni retorica, e sembra strutturarsi proprio attorno al motivo dell’incontro casuale e dei suoi esiti imprevedibili. Il mondo delle corride è uno degli elementi in gioco, ma probabilmente non quello più pervasivo. Lo script, quindi, a dispetto dell’ambientazione e dei tanti dettagli, chiama in causa la tauromachia solo in modo accessorio e complementare, restando sempre prudentemente al di qua di un vero approfondimento sul suo valore e sulla sua forza simbolica.

La storia narrata è la seguente: David è un timido e disorientato studente che sta preparando l’esame da avvocato, e che nel frattempo guida il taxi del padre per arrotondare. Una sera, due uomini gli chiedono aiuto per portare d’urgenza un loro amico al pronto soccorso. David ignora che l’uomo che ha salvato è in realtà l’autista personale di un torero, Rafael Baeza Cortés, chiamato da tutti, come spesso capita in ambiente taurino, Maestro; gli strambi personaggi che lo hanno coinvolto nel salvataggio, membri dell’entourage del matador, lo convinceranno a sostituire lo stesso autista e a girare la Spagna con loro, accompagnando il Maestro alle corride. David, che si professa antitaurino, accetta comunque il lavoro, irretito ma allo stesso tempo affascinato dal pittoresco microcosmo nel quale viene a trovarsi, fatto di creduloneria e superstizione (la prima corrida con David come autista si rivela, inaspettatamente, un trionfo) ma anche di grande schiettezza e veracità. In particolare, con lo scorrere degli episodi, si approfondirà sempre più la sua amicizia personale con il Maestro, il quale finisce per volerne la presenza proprio perché “le trae suerte”: il loro sviluppo come personaggi, che ricalca, in una maniera tutta spagnola, l’andamento del genere buddy, sembra procedere di pari passo, fino al finale inaspettato (ma neanche poi troppo, per chiunque sappia di che materia tragica è fatta la commedia del toro) che ovviamente non rivelo ma che suggerisce più che generosamente la possibilità di una seconda stagione. 

I richiami e i riferimenti cercano, evidentemente, di essere rispettosi di un’intera mitologia: c’è Madrid (nell’ultimo episodio) con Calle de la Victoria e le sue tabernas, c’è Talavera come punto di partenza della storia, c’è perfino, en passant, l’omaggio all’antenato nobile (Juncal). La suerte risulta dunque un prodotto sicuramente intelligente e sufficientemente “colto” nell’utilizzo della tauromachia come metafora o specchio delle difficoltà e del superamento degli ostacoli della vita.  L’impianto della serie si direbbe basato su un gioco di opposti che si approssimano: opposti sono i punti di vista di David e del Maestro, diversissime le loro preoccupazioni, paure e questioni insolute; ma il loro percorso come individui sembra convergere, secondo una logica simile e uno spirito di scoperta e messa in discussione che rende possibile la loro altrimenti inconcepibile amicizia. La loro vicenda, molto semplicemente, non fa altro che variare temi già consolidati come i destini che si incrociano o il confronto/scontro con ciò che non si conosce.

Spesso si tende a domandare in che misura un prodotto di finzione che ha attinenza con il toro parli effettivamente di tori. Nella storia di Juncal questi si respiravano sin da subito; ¡Viva Madrid, que es mi pueblo!, come Currito de la Cruz, come Tarde de toros, o come Il momento della verità, tanto per fare esempi celebri, sono pellicole “taurine” a tutti gli effetti, mentre lo stesso forse non può dirsi del recente e originale Tardes de soledad, dove la spettacolarizzazione della lidia, appositamente tagliata, ridotta e schiacciata in primo piano, ha fini estetici ed esistenziali ben precisi (rappresentare la solitudine attraverso una forma estrema e particolare) ma non quello di trattare il valore della tauromachia o il suo ruolo sociale. Certo, ogni cosa rimanda necessariamente ad altre e anche la tauromachia, nel mondo della finzione, è un rimando metaforico dalle potenzialità smisurate. Qual è, allora, il ruolo di quest’ultima nella serie?

La suerte, come ho detto, sceglie di non osare, decide consapevolmente di non spingersi oltre una rappresentazione del mondo taurino quale realtà conchiusa nella sua stessa scaramanzia (uno dei significati del titolo) seppur vitale, suggestiva e bonariamente canagliesca se vista e vissuta dall’esterno: il punto di vista di David, che si identifica con quello dello spettatore. Come lo stesso Plaza ha precisato, la storia vuole semmai gettare lo sguardo su ciò che avviene oltre l’arena, su quello che c’è prima e dopo, su come appare la microsocietà che si muove e gravita attorno a un torero nei vari momenti della sua vita, e tutto questo senza prendere alcuna posizione pro o contro. Plaza e Guerrero hanno inoltre affermato di aver avuto l’idea dopo essersi trovati, alla fine di una corrida, a casa di Morante de la Puebla (niente di meno), e ivi imbattendosi nei personaggi più coloriti e disparati. Lo stesso Maestro, interpretato da Óscar Jaenada, ha qualcosa di morantiano tanto nell’aspetto e nel vestiario come nella filosofia. Gli autori, coerenti nella loro scelta, hanno del resto rinunciato a uno dei passaggi obbligati delle pellicole taurine, ossia quello di filmare la lidia. Qui le corride non vengono mai mostrate e sono vissute rigorosamente dall’esterno dell’arena, quasi non c’è ritualità torera (tranne che per un fugace patio de cuadrillas con tanto di cameo di Talavante) anche perché David rinuncia sistematicamente ad assistere alle prodezze del suo datore di lavoro, fino al già detto colpo di scena finale. 

Il limite dello script è che diversi elementi, per quanto facciano buon intrattenimento, restano fermi alla pennellata, all’impressione. L’ossatura della serie, lo spaesamento iniziale e il progressivo coinvolgimento del protagonista, senza dubbio, funzionano, ma la brevità degli episodi e la ricerca di varietà nelle soluzioni tecniche non lasciano spazio allo spettatore per porsi vere domande o sviluppare una reale curiosità sul mondo taurino. La suerte non può e non vuole, d’altronde, prendersi tutto il tempo che si prendeva Juncal. E, sebbene lo sguardo sulla vita torera sia tutto sommato divertito e intelligente e i suoi tic insegnino più di qualcosa allo sperduto David (un bravissimo Ricardo Gómez), esso rimane del tutto privo di mistero e non aggiunge nulla a quanto già non sappia chiunque con questo mondo abbia un minimo di familiarità. 

Dato il tono da commedia, La suerte è anche una serie di facce e di volti, e dal punto di vista del casting i conti tornano: i caratteristi Carlos Bernardino e Pedro Bachura funzionano come andalusi sopra le righe, Óscar Higares, lui sì ex torero e forse per questo più immalinconito, è il fratello apoderado del Maestro; mentre il già nominato Óscar Jaenada deve convivere con un problema, già brillantemente superato prima di lui da Paco Rabal o da Nacho Martínez (ma non – spiace dirlo – da Adrien Brody, poco credibile Manolete): interpretare un torero senza esserlo nella vita reale. Lo sappiamo bene, l’unicità del corpo e del volto di un torero è cosa complicata da imitare, e Jaenada, dopo mesi di frequentazione di toreri veri (soprattutto lo stesso Talavante) regge piuttosto bene la parte, con il suo volto un po’ flamenco (d’altronde ha già interpretato Camarón), la chioma alla Morante, la voce profonda e il fare sempre un po’ ermetico del maestro veterano e forse in declino che ha però ancora qualche trionfo nelle corde. 

La serie certamente mostra come il mondo del toro, attraverso la lente della fiction, possa se non altro liberarsi da certi giudizi preconcetti. Si tratta di un mondo che continua a esistere e resistere, nella Spagna di oggi, per quanto incomprensibile a molti, nonché contestato da un’opposizione fin troppo organizzata (immancabilmente richiamata in quasi tutti gli episodi). Per qualcuno sarà abbastanza, per altri troppo poco, ma è quello che la serie ha da offrire. In un certo senso, e forse anche solo in modo involontario, essa rispecchia nel suo piccolo la difficile rappresentabilità, al giorno d’oggi, della tauromachia nelle forme della narrativa di finzione. Il mondo dei Juncal e dei Currito de la Cruz semplicemente non esiste più. E sembra quasi che il toro debba trovare una nuova chiave interpretativa e una collocazione diversa (un’avanguardia? una forma di resistenza?) se vuole ancora dire qualcosa fuori dalla cerchia degli appassionati e al di là della sua classica mitopoiesi. 

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